speciale congresso


QUI IL PROGRAMMA DEI LAVORI

Alle 20:15 di giovedì 21 novembre assemblea provinciale per eleggere i delegati di Ravenna al congresso
SPECIALE CONGRESSO: SINTESI E COMMENTO ALLE
MOZIONI
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Prima di proporre una sintesi di quelli che ci paiono alcuni dei temi più significativi trattati dalle tre mozioni congressuali, riteniamo utile, per meglio comprendere l’attualità e uscire dalle angustie nelle quali ci costringe la situazione italiana, che è la storia a ridistribuire ragioni e torti e che senza questa mancano i punti di riferimento sui quali poggiare qualsiasi progetto per il futuro che non sia soltanto dettato dalle mode. Insomma è la storia, al pari del vivere insieme in una comunità politica, un partito, che ci consente di riconoscerci come solidali nel perseguimento di un fine; sempre avvertiti però di un limite: le idee camminano sulle gambe degli uomini, come diceva il compagno Nenni. E’ dunque alle virtù degli uomini che dobbiamo guardare. Per quanto riguarda la sinistra intitoliamo questa parte in premessa
L’APPUNTAMENTO COL SOCIALISMO DEMOCRATICO PER UNA SINISTRA RIFORMISTA DI GOVERNO
Sono state tante le occasioni mancate perché la scissione comunista del ’21, una volta chiarito l’errore, così ben vaticinato da Filippo Turati, ritornasse nell’alveo del socialismo democratico ed europeo: nel 1956 coi fatti d’Ungheria, nel 1964 con l’unificazione di tutti i socialisti, nel 1989 con la caduta del muro di Berlino e ancor più con la svolta delle Bolognina di Occhettto che portò, nel 1991, allo scioglimento del PCI e alla sua costituzione in PDS.
I vincoli interni ai due partiti della sinistra, le ragioni dei quali sarebbe utile al più presto sottoporre a una critica storica senza pregiudizi, impedirono, sull’uno e sull’altro fronte, a uomini di grande visione come Nenni, Craxi e Martelli di compiere l’opera; sul punto, al di là della cronaca politica, rappresentavano un pensiero minoritario.
Venendo ad oggi, quale sinistra, riformista, di governo? La risposta a questo interrogativo pare chiaro nelle tre le mozioni che delineano una alleanza PSI PD SEL, il cui primo banco di prova sono le prossime elezioni parlamentari europee e se il nostro appello, rivolto a tutta la sinistra riformista a sostenere unitariamente la candidatura del socialdemocratico Martin Schulz alla presidenza della Commissione, verrà accolto per affrontare una battaglia comune in favore degli Stati Uniti d’Europa.
Ma la mal riuscita “amalgama” del PD, se ne fa fin qui un alleato imprescindibile per un governo di centro sinistra, non può farne – allo stato – l’alfiere del socialismo europeo, sia per sua mancanza di volontà, sia per incompatibilità ideali di parte dei suoi dirigenti e dei suoi militanti.
Sta proprio qui il compito dei socialisti, separare la questione delle alleanze di governo da quella dell’appartenenza al Partito del Socialismo Europeo e incalzare su questo tutta la sinistra riformista italiana.
Non sembri una forzatura se affermiamo che anche l’insuccesso del centro sinistra alle elezioni politiche di fine febbraio di quest’anno, col fallimento di Italia bene comune che avrebbe invece potuto segnare l’avvio di un processo di ristrutturazione della sinistra italiana, cavallo di battaglia del compagno Lombardi, appartiene a questa storia di mancati appuntamenti.
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DIRITTI, LE LIBERTA’ E IL PARTITO
Ci sono diritti che andrebbero etichettati come “diritti del nuovo millennio”, meritevoli ormai di una tutela giuridica, quali lo ius soli, il riconoscimento delle unioni di fatto e il testamento biologico; sempre più spesso diritti civili e diritti sociali tendono ad equivalersi ed a sostenersi a vicenda e come tali vanno normati.
L’Italia, da Paese di migranti, è diventato un Paese di immigrazione. I figli di immigrati nati in Italia l’anno scorso hanno superato quota 64.000, con un incremento di quasi il 90% rispetto alla situazione di soli sei anni fa. Questi dati confermano la volontà di un numero crescente di stranieri di ritenere l’Italia loro dimora stabile. Chi nasce in Italia da genitori che lavorano stabilmente (almeno da cinque anni) sul nostro territorio che contribuiscono al PIL italiano con una quota pari all’11%, pagano 7,5 miliardi all’anno tra tasse e contributi, con un ritorno di servizi pari a 6 miliardi di euro, distribuiti in servizi sociali, sanità, case popolari, scuola, ha diritto di essere riconosciuto come italiano dallo Stato. Per raggiungere questo obiettivo è urgente superare l’attuale procedimento di concessione della cittadinanza, basato su condizioni esclusivamente quantitative e legato al principio dello “ius sanguinis”, introducendo un meccanismo di attribuzione che, a fronte della riduzione del numero di anni necessari per ottenere la cittadinanza, richieda alcuni impegnativi requisiti che implichino la valutazione della qualità della presenza dello straniero nel nostro Paese e la sua volontà di intraprendere con successo un percorso di integrazione che possa culminare con la concessione della cittadinanza.
Chiediamo nuove politiche per l’immigrazione a livello nazionale, ma anche un forte impegno dell’Europa per impostare una strategia comune al fine di affrontare un esodo ormai inarrestabile che l’Italia da sola non può fronteggiare.
Negli ultimi tempi infatti il nostro Paese è divenuto il porto dell’Europa, poi un Paese di transito per altri Paesi. Quello che è doveroso fare è garantire la difesa della vita e della dignità ai migranti, così detti economici; agli esuli e a coloro che fuggono dalla guerra e dalla oppressione, concedere l’asilo politico. Occorre quindi superare l’assurda legge Bossi-Fini e in particolare il reato di clandestinità, ma nello stesso tempo concludere accordi perché venga rimpatriato nei Paesi d’origine chi commette reati.

Mentre in molti Paesi d’Europa sono riconosciuti  a tutte le unioni di fatto  i diritti che uno Stato civile deve garantire ad ogni suo cittadino, in Italia alle coppie  eterosessuali e dello stesso sesso vengono ancora negate, quali la possibilità di assistere il compagno in caso di malattia, di fornire il consenso a procedure diagnostiche e terapeutiche, l’eredità, la reversibilità della pensione, la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno; questi diritti l’Italia non li ha mai regolamentati neanche durante gli ultimi governi sostenuti dal  centro sinistra.
Questo vale anche per il delicatissimo tema del ‘fine vita’. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei senza alcuna disposizione in merito. Il PSI rilancia una legge fondata sul pieno riconoscimento della libertà individuale di scelta, non sorretta da alcun credo autoritario, anche se rispettoso di tutte le fedi e le decisioni.
Per quanto riguarda la ‘fecondazione assistita’ va rilanciata l’esigenza di superare l’assurda e restrittiva disposizione legislativa approvata nel 2004, e purtroppo non abrogata dal referendum del 2005 per mancanza del quorum, a causa dell’abnorme impegno profuso dalla Chiesa per il mantenimento della legge e alla superficialità con cui i partiti laici e di sinistra hanno gestito una campagna di informazione e divulgazione sul tema che non ha favorito la partecipazione.
Il PSI si impegnerà su questi temi con decisione come ha già fatto, con successo, nella battaglia parlamentare che ha prodotto la legge per combattere duramente il femminicidio, che prevede un vero e proprio giro di vite sui reati contro la violenza alle donne come già approvato nella Convenzione di Istambul nel 2011.
La prossima frontiera sarà tracciata dagli impegni di modifica della legge elettorale per imprimere l’obbligo della preferenza di genere, nel dovere pubblico di presentare nelle istituzioni bilanci di genere, sulla opportunità di prevedere negli enti di secondo grado parità di genere nell’accesso a fronte di uguaglianza nel merito, nella professionalità e nella competenza, nella promozione della cultura del pari lavoro/pari valore tra tutti gli attori del sistema economico e sociale.
Per sviluppare questa politica, per assumere questo ruolo, il PSI deve dotarsi di una organizzazione più capillare, di una capacità di comunicazione più efficace, di organi più aperti e snelli.
Occorre innanzitutto proteggere e rafforzare l’organizzazione locale e regionale del partito, ben sapendo che la nostra esistenza poggia oggi soprattutto sulla rete amministrativa.
Affermiamo la necessità di essere nelle istituzioni perché è dalle assemblee elettive che l’iniziativa del partito può prendere vigore.
Possiamo farlo rilanciando nelle città e nelle regioni coalizioni della sinistra riformista, dal PD al PSI a SEL allargate al mondo laico e democratico, attorno alle quali rinnovare un progetto per l’Italia futura e tentando di aggregare il vasto e disperso mondo socialista che può condividere con noi questo obiettivo. Oltre alle forze politiche lo sguardo può estendersi all’orizzonte dei movimenti e liste civiche che proliferano in ogni luogo.
Il partito a livello locale dovrà caratterizzarsi sempre più come movimento di azione politica confidando sia su strutture collaterali che su circoli di area.
Oltre all’organizzazione serve un sistema di comunicazione adeguato a questo tempo. Nel nostro messaggio occorrerà affinare proposte originali e convincenti e approfittare di social network e delle potenzialità nuove offerte dalla rete. Andranno organizzati un sistema di siti socialisti, farli interagire, promuovere sui singoli temi anche vere proprie consultazioni e referendum cui tutti possano partecipare.
Il linguaggio deve essere moderno, diretto, semplice, scarno. Un linguaggio nell’epoca di internet che non sia esportato, come oggi avviene e anche in questo dobbiamo distinguerci, ma che sappia approfondire la politica senza appesantirla. La politica non è quel che oggi è purtroppo diventata, con Camere nominate e non elette, con presidenti di regioni che nominano i loro assessori, come nei comuni e nelle province, con sindaci dotati di poteri sempre più ampi, che svuotano le assemblee elette. Emerge con forza una questione democratica, soprattutto alla luce della crisi dei partiti.
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L’ECONOMIA E IL LAVORO
Nel solco della tradizione politica del socialismo è necessario coniugare competitività economica e diritti sociali, all’interno di una impostazione favorevole allo sviluppo e alle sue compatibilità con le variabili ambientali ed in contrasto con le diseconomie prodotte da una crescita non regolamentata. L’ impostazione economica che proponiamo si fonda sulla  particolare attenzione alle questioni redistributive, non solo riferite al reddito, ma anche al diritto di ogni cittadino di poter usufruire  dell’ eccellenza dei servizi pubblici, in primis sanità ed istruzione, che rappresentano la base di una società realmente democratica, sull’opportunità di impresa e di accesso al mondo del lavoro in  base al merito ed all’impegno e su forme di tutela sociale avanzate ed universalistiche, affinché nessuno resti indietro, cosi che i valori fondanti di una comunità di donne e uomini siano riferiti prima di tutto alla solidarietà e non alla disastrosa cultura della competizione come valore in sé. La nostra impostazione economica è  statalista e dirigista, nel senso più nobile di questi termini, perché parte dal presupposto che il mercato, lasciato solo, produce fallimenti, allocazioni delle risorse non efficienti e fluttuazioni cicliche disastrose fondate sul capitalismo, ma rifugge da ogni illusione di nazionalismo economico. Abbiamo un’idea di Europa che va resa più progressista e democratica, ma che va difesa per i valori di pace che porta in sé  e non ultimo anche per un semplice ragionamento secondo il quale un’economia basata sul nazionalismo economico è fonte di aggravamento della crisi e non di una sua soluzione e può condurre verso  pericolose derive  basate sul riavvio di un’accumulazione selvaggia. Il nostro convincimento è che non sia l’euro la radice della crisi attuale, ma l’impostazione esclusivamente finanziaria e monetarista  che deve assolutamente essere invertita dall’azione riformatrice del PSE e del resto della sinistra europea, per un’ Europa dei popoli e non della finanza.
Quella per l’Europa non è una opzione ideologica, né romantica, né tantomeno retorica, è una opzione di strategia razionale in un mondo che sta velocemente cambiando, come quando alla nascita degli stati nazionali era irrazionale persistere nelle piccole strutture post-feudali, oggi risulterebbe irrazionale persistere nella struttura Stato nazionale di fronte ad una globalizzazione che vede, come protagonisti, aggregati di Stati a livello quasi continentale. Cinquant’anni di pace in Europa sono il maggior risultato della politica europea, i cui confini potrebbero non essere definitivi, estensibili come sono ai territori dell’est, Russia compresa e del bacino dell’intero mediterraneo.
Certo l’istituto Europa sta destando preoccupazioni sul suo funzionamento e in particolare sui rischi di un deterioramento delle sue regole democratiche spesso sostituite da decisioni tecnocratiche prese a livello verticistico. Non ci preoccupa la cessione di sovranità all’Europa, vanno però rivisti la funzione del Parlamento  ed i suoi poteri decisamente asimmetrici rispetto a quelli della Commissione.
Sono molte le critiche che si possono fare all’Europa, ma riteniamo che esse vadano fatte all’interno della stessa; non sono condivisibili opzioni che contemplino la non appartenenza del nostro Paese a questa comunità. Nel criticare la sua attuale conduzione, abbiamo sempre presenti le cause della crisi economica e finanziaria iniziata negli Stati Uniti nell’agosto del 2007.
Dobbiamo riportare al centro della cultura economica il lavoro e porre come obiettivi principali  la piena occupazione e il rilancio di tutti i fattori della produzione.
E’ in questa ottica che giudichiamo positivamente le recenti decisioni europee di introdurre la Tobin tax e  altri provvedimenti, come la separazione della funzione bancaria commerciale da quella di banca d’affari  e l’uso delle cartolarizzazioni in modo che non deresponsabilizzino le banche nella corretta concessione e gestione dei mutui.
Auspichiamo inoltre una maggioranza europea che riveda i trattati su obiettivi condivisibili e capaci di governare la congiuntura economica: rivedere il pareggio di bilancio limitato al pareggio delle spese correnti per avviare il rientro dal debito eccedente. Le nostre opzioni sono decisamente a favore di interventi che costituiscano precondizioni per la costruzione di un’area valutariamente ottimale; solo in tale contesto l’euro sarà una moneta forte, sicura e benvoluta da tutti, operatori e consumatori. La fretta con la quale è stato varato l’euro, senza che fossero affrontate le necessarie convergenze nei fondamentali dei Paesi partecipanti, non  limitati solo ai parametri di Maastricht, ha portato ad una moneta attaccabile dalla speculazione globalizzata.
Spending review
Per quando riguarda la politica economica nazionale chiediamo un diverso approccio al contenimento della spesa pubblica.
L’eliminazione definitiva delle Province e la fusione obbligatoria dei Comuni con meno di 5.000 abitanti consentirebbero un risparmio di circa 1 miliardo all’anno.
La revisione del principio di autonomia speciale per quelle regioni che dovessero accumulare un debito superiore al 60% del PIL regionale;  rimarrebbe in ogni caso il principio della rappresentanza politica speciale delle minoranze e della difesa del bilinguismo.
Riduzione del costo della politica. Il numero dei Ministeri andrebbe ridotto a 12, la figura del viceministro eliminata, una serie di voci di emolumenti e benefit parlamentari abrogati, drasticamente ridotto il budget per consulenze e “portaborse”. Si otterrebbe così un risparmio di circa 2 miliardi all’anno.
Tetto massimo allo stipendio dei manager pubblici. Si propone di stabilire come tetto massimo della retribuzione lorda annua di dirigenti pubblici e manager di aziende ed enti pubblici la somma di 200.000 euro.
Revisione di tutte le convenzioni con privati nel comparto sanitario, con l’obiettivo di tagliarle del 5% all’anno per cinque anni, con un risparmio complessivo di 7,7 miliardi circa.
Cancellazione del finanziamento pubblico a scuole private, con un risparmio di almeno 400 milioni all’anno, nel rispetto del principio costituzionale che all’articolo 33 enuncia “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.
Riduzione del budget della Difesa e riduzione delle missioni di pace all’estero, con un risparmio di circa 1 miliardo all’anno.
Piano di dismissioni del patrimonio immobiliare pubblico.
Si propone di abrogare il cosiddetto federalismo demaniale e tutti i decreti attuativi.
Con queste misure si stima un gettito prudenziale di circa 70 miliardi in 4-5 anni; almeno il 50% del ricavato dovrà però andare a riduzione del debito pubblico.
Per un fisco più equo
– Introduzione di una imposta patrimoniale sulle grandi fortune. Si propone di tassare al 3% le ricchezze nette superiori a 559.500 euro e al 6% quelle superiori a 700.000 euro, per un gettito di circa 70 miliardi all’anno. Almeno il 50% del gettito della patrimoniale dovrà però essere destinato a riduzione del debito pubblico.
– Adozione di misure di controllo e repressive, anche mediante accordi internazionali, mirate ad evitare fughe di capitali.
– Revisione  delle  di aliquote IRPEF per una più equa progressività dell’imposizione fiscale,
aumento dell’ IVA sui beni di lusso.
Per una politica industriale
L’abbandono di una vera e propria politica industriale e nel contempo di scelte soltanto di tipo settoriale, hanno molto limitato l’ utilizzo delle  partecipazioni statali come strumento di diffusione dello sviluppo. La responsabilità del vuoto di politiche industriali è da attribuirsi alla inadeguatezza delle classi dirigenti nazionali, incapaci di promuovere la competitività del sistema Italia.
Si è preferita una politica industriale di incentivazione finanziaria a pioggia, spesso soltanto clientelare. E il Mezzogiorno d’Italia è ancora una questione aperta: è una questione civile, sociale ma anche economica, nessuna ripresa sarà possibile senza una ripresa del sud.
A fronte di una politica industriale, basata su una filosofia agevolativa complessivamente fallimentare, l’ondata di privatizzazioni degli anni novanta, ha ridotto le leve attraverso le quali lo Stato può fungere da programmatore della crescita economica, senza per altro ottenere i benefici del libero mercato. L’unico modo per costruire una società giusta, partecipata e democratica è quello di ridistribuire fra capitale e lavoro le fonti di produzione e riproduzione del sapere, del sociale e riformare il mercato del lavoro.
Nel dare un giudizio assolutamente negativo sulle politiche sociali e del lavoro  del Governo Monti, proponiamo:
la ricostruzione di un welfare inclusivo e solidale attraverso l’Introduzione di un reddito minimo garantito a favore dei giovani inoccupati e dei precari privi di qualsiasi copertura assicurativa in caso di cessazione del lavoro, costituendo una agenzia nazionale per l’orientamento professionale che coordini i centri provinciali per l’impiego, che avranno anche il compito di effettuare rigide verifiche al fine di evitare utilizzi parassitari;
potenziamento degli investimenti di prevenzione socio sanitaria
potenziamento del sistema-scuola.
La copertura finanziaria sarà assicurata dall’abolizione del finanziamento pubblico alla scuola privata (circa 300 milioni all’anno), dalla riduzione delle missioni militari all’estero (500 milioni all’anno ) e da un taglio del 25% delle sole spese in conto capitale del Ministero della Difesa (circa 600 milioni annui),  dall’abolizione dei costi impropri della politica, vitalizi compresi (200 milioni all’anno).
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L’ITALIA E L’EUROPA
Il Partito Socialista, soprattutto in questo particolare momento, può svolgere un ruolo decisivo affinché si affermi nella sinistra italiana una “cultura socialista” oggi assente, questa è la prima condizione per rendere possibile, in futuro, il successo della sinistra.  Per i socialisti l’obiettivo è darsi un nuovo grande progetto affinché siano praticabili profonde riforme di tipo socialdemocratico, nel senso europeo del termine, ma anche nel senso profondamente italiano, di un riformismo radicato nella storia della sinistra, nel mondo del lavoro, della cultura e nei movimenti laici e democratici.
Senza la cultura socialista la sinistra non vince e non produce riforme efficaci, senza la sinistra i socialisti perdono il loro campo d’azione e la loro bussola. Adesso bisogna cambiare il presente e costruire il futuro della sinistra italiana. Costruire, con una politica profondamente riformatrice da perfezionare, con battaglie forti da perseguire, una nuova fase democratica che rifiuta lo status quo e nella quale la cultura socialista sia l’espressione più forte di una possibile alternativa alla destra e anche al centro.
Non ci convince quindi la presunta indispensabilità dell’attuale governo di “larghe intese” che presuppone , in nome della governabilità e della stabilità, esista una sola politica possibile e una sola coalizione di governo in grado di farci uscire dalla crisi. I socialisti possono avviare, allo scadere del ventennio della “seconda Repubblica”, una fase straordinaria della loro vita, quella di essere protagonisti di una vera e propria rigenerazione che, partendo da zero, possa costruire da subito una grande realtà politica con chi ci sta e con chi ci crede; una fase aperta che ci consenta di esplicitare una vera strategia da perseguire.
Ora ci sono le condizioni per farlo, perché la “domanda socialista” di solidarietà e giustizia sociale nella politica, nell’economia e nella società è una domanda forte che non trova rispondenza in una adeguata offerta politica. Nessun partito della sinistra, al di là di qualche sporadica dichiarazione con riferimento al socialismo europeo, ha dimostrato di voler perseguire una politica socialista e caratterizzarla in questa prospettiva.
Ci auguriamo che il nuovo segretario del PD non metta Letta in difficoltà e scelga il PSE, perchè come socialisti e come sinistra non vogliamo stare in Europa dalla parte della Merkel.
Mentre in Italia la destra tende ad aggregarsi intorno ad un centro che si candida come unico soggetto politico garante della governabilità, senza alternative appunto, il centrosinistra e il PD in particolare, non cogliendo appieno la gravità del momento, rischia di essere risucchiato nella logica della governabilità, incapace di proporre un’alternativa di politiche e di valori di cui c’e assoluto bisogno.
Ecco perché, solo un grande e radicale cambiamento della politica economica non più basata soltanto sulla austerità, con la inevitabile riduzione della base produttiva, solo profonde riforme istituzionali che consentano ai cittadini di ricostruire un patto di fiducia con uno Stato che oggi non è garante di giustizia e di uguaglianza, solo un’azione di crescita che consenta una diversa redistribuzione della ricchezza, insieme alla difesa delle conquiste sociali su cui ancora si regge il Paese, può rendere credibile una nuova sinistra, che non può che essere socialista e di popolo.
Ciò che proponiamo a giovani e anziani, donne e uomini è di partecipare insieme ad una vera e propria “rivoluzione culturale”, partendo da un dato certo: anche nel nostro Paese, come nel resto d’Europa e del mondo, a fronte della crisi morale in cui si è infilato il capitalismo internazionale e a fronte delle ingiustizie prodotte da politiche liberiste senza regole, esiste una domanda potenziale di giustizia, alla quale in Italia non rispondono né la politica né i partiti. Spetta a noi dare delle risposte e agire con coerenza.
Dobbiamo darci l’obiettivo della  ricostruzione di un’area politica ed elettorale che ci consenta di affrontare le prossime scadenze elettorali e aprire una fase che alimenti quella speranza che seppero dare i socialisti agli inizi del secolo scorso.
Solo una maggioranza di sinistra e socialista può garantire tutto questo all’Italia e  all’Europa, è questo il cammino che proponiamo come programma di governo per gli Stati Uniti d’Europa.
Una contemporanea risposta a quel bipolarismo fittizio, a quell’alternanza senza ideali che non ha consentito alla grande tradizione del socialismo italiano ed europeo di avere nuova voce, che ha imbarbarito la politica e persino le coscienze. Andiamo alle nostre radici migliori e lì troveremo la strada della nostra affermazione e della nostra modernità.
La sinistra è nata per difendere gli interessi della classe “più numerosa e più povera”.
Da tempo si direbbe che i perdenti, i nuovi poveri, i precari, essendo dei “marginali”, rischiano di non avere voce e noi dobbiamo dargliela.
Tutto il centrosinistra italiano è caduto nella trappola di inseguire le domande e i punti di un’agenda fissata dal centro destra.
La sinistra vincente è quella che fa il suo mestiere, il primo dei quali è non seguire quello che “vuole la gente”, per questo ci sono le forze populiste, ma offrire ai cittadini proposte, soluzioni concrete ai loro  problemi.
Insomma, come spiegano gli americani, se tu accetti l’ “agenda” dell’avversario, cioè di discutere soltanto i punti a lui graditi, hai già perso, perché hai accettato le sue priorità.
Un partito socialista moderno fa della questione del lavoro e della disoccupazione crescente, sopratutto giovanile, il suo punto principale di attacco. Il socialismo italiano si misura oggi, in primo luogo, sulla capacità di produrre ricchezza e di offrire redistribuzione.
Mentre la crisi economica ha messo a nudo l’assenza della politica, rinchiusa alla ricerca spesso di facili capri espiatori come ad esempio gli immigrati, per giustificare la mancanza di lavoro, la sinistra ha perduto uno dei suoi connotati storici, quello di guardare al progresso ed allo sviluppo, potenziando e qualificando il lavoro ed i diritti civili per ridistribuire la ricchezza e assicurare la giustizia sociale. L’Italia e l’Europa hanno le risorse per battere la crisi e convivere senza ansie con la globalizzazione, sapendo fare sintesi tra tradizione e innovazione. Una società avanzata deve creare opportunità e investire senza indugi sulla formazione, sull’istruzione e sulla ricerca.
Anche in questo l’idea di riconnettere la “sinistra” al “progressismo”, cioè a un’idea di società in marcia verso una direzione di crescita, può rivelarsi piena di risorse e prospettive.