IL 12 E 13 GIUGNO 2015 A BUDAPEST
CONGRESSO DEL PES – PARTITO EUROPEO DEL SOCIALISMO
Il Partito Socialista Italiano, con il documento che presenta al Congresso, chiede al PES un cambio di passo perché la sinistra socialista europea ritrovi appieno la propria missione: promuovere una imponente spinta riformatrice nella politica dell’Unione che salvaguardi i tre pilastri – ridistribuzione della ricchezza, estensione dei diritti fondamentali e delle responsabilità civiche, allargamento degli spazi di libertà e democrazia – che la rendono diversa dalla destra, così come, in politica estera, verso la frontiera del Mediterraneo.
La sinistra socialista europea, di fronte ai grandi cambiamenti in corso, deve oggi aggiornare le sue politiche, per essere davvero fedele ai propri valori universali. Occorre evitare la nostalgia e il conformismo, questo vale tanto per le antiche ortodossie economiche della sinistra del novecento, quanto per il nuovo conformismo dell’austerità di bilancio e della compressione della spesa pubblica. Il nostro elettorato viene conteso da movimenti radicali e da forze populiste, ed è attratto dall’astensione, come dimostrano i risultati elettorali in molti paesi europei, perchè non riceve risposte adeguate alle sue richieste.
E’ comprensibile. Questa è la riflessione che già nel 2013 avevamo avviato in occasione del nostro Congresso nazionale a Venezia e che lo scorso anno abbiamo affidato ai lavori del congresso del PSE a Roma. Col venire meno dei confini nazionali nella globalizzazione, quelli della sinistra sono cambiati, ma non scomparsi. I cambiamenti profondi che attraversano le società obbligano la politica a mettersi in discussione. La rapidità dei cambiamenti dovuta alla scienza, alla tecnologia, al potere della finanza globale, alla complessità delle relazioni economiche inducono la sinistra socialista europea a ripensarsi lasciando però integri i tre pilastri che ancora oggi la rendono diversa dalla destra: redistribuzione della ricchezza, estensione dei diritti fondamentali e delle responsabilità civiche, allargamento degli spazi di libertà e di democrazia.
L’ Europa dei padri fondatori non corrisponde a quella che conosciamo oggi: è un’Europa zoppa, incompleta. Un’Europa troppo burocratica, poco coesa nelle scelte di politica estera e in conflitto sulle politiche di bilancio.
È un’Europa che non suscita speranze ed emozioni.
Occorre un nuovo patto fondativo che rilanci le ragioni di una storia plurisecolare nel secolo nascente e faccia dell’Unione Europea un soggetto competitivo nel mondo, con un suo ruolo distinto nei processi di globalizzazione, offrendo al mondo un modello europeo, diverso da quello americano e da quello cinese. Occorre un nuovo patriottismo europeo, che non può essere basato sulla retorica dei bilanci in ordine.
Le migrazioni del nostro tempo sono lo specchio di un mondo sempre più insicuro: aumenta il numero degli esuli e dei profughi; se prima ci si spostava in cerca di lavoro e quindi si veniva naturalmente a partecipare a un processo di integrazione nelle comunità di approdo, oggi molti di coloro che arrivano, a seguito della crescente e inquietante crescita delle guerre e dell’insicurezza in Africa e Medioriente , aggiungono il proprio disagio ad una diffusa disintegrazione nelle nostre società.
Il Mediterraneo è frontiera europea, ne discendono due effetti. Ogni nazione dell’Unione deve fare la sua parte verso i profughi, perché è il dovere di una grande democrazia essere responsabile ed essere terra d’asilo. Chi vive tra di noi deve rispettare le leggi, godere dei diritti fondamentali, condividere i principi di libertà e di democrazia. La meta è un multiculturalismo attivo e una cittadinanza inclusiva nei diritti e nei doveri, nel rispetto delle differenze culturali che però non possono diventare lesive dei valori fondanti: nessuna prevalenza religiosa sulla legge laica, pieno rispetto dei diritti delle donne e parità tra i generi. Insomma, libertà, condivisione, responsabilità sulla base dei nostri valori. Non si tratta di valori identitari, ma di valori costituzionali e universali, affermatisi anche in Europa con una lotta secolare delle forze di progresso.
La democrazia rappresentativa si è avvalsa in Italia e in Europa soprattutto del ruolo decisivo dei partiti. Oggi la democrazia è fragile di fronte al mercato e alla finanza globali, e i partiti non riescono più a rappresentare la società civile, la società di mezzo è in crisi. Serve un’imponente spinta riformatrice, né più né meno di quanto avvenne all’indomani del secondo conflitto mondiale, che sappia mettere la visione politica sopra all’ortodossia economica.
Di questa spinta il Partito del Socialismo Europeo deve avere la leadership, e deve dare l’esempio soprattutto riguardo al superamento degli egoismi nazionali. Il centro della nostra visione di socialisti europei è il welfare state e, al tempo stesso, l’autonomia delle persone, la loro libertà di scegliere e di perseguire nuove opportunità. Se oggi il welfare, come lo abbiamo costruito, non regge, la causa è da cercare in primo luogo nei limiti degli stati nazionali.
Occorre ripensare le politiche sociali degli Stati nazionali (welfare state europeo) a sostegno dei bisogni e del merito e, per far questo, è necessaria una capacità fiscale dell’Unione Europea. Occorre unire le forze per governare la nuova economia finanziaria, e lì trovare anche le risorse per sostenere i nostri modelli sociali. La libertà deve essere unita alla possibilità per ogni singolo cittadino di decidere della propria vita, secondo i propri talenti e le proprie scelte, a prescindere dalle diseguaglianze di status e di ricchezza.
Se la sinistra confida nella nostalgia di un glorioso passato si preclude la capacità di specchiarsi nel futuro, e se accetta il nuovo conformismo dell’economia finanziarizzata e della riduzione della spesa pubblica a prezzo di ogni costo sociale, perde la sua bussola.
Meglio dunque l’ambizione dei pionieri. Eretici per non morire nel passato.
Partito Socialista Italiano della Provincia di Ravenna