MATRIMONIO.
E SE, PER RIPRENDERE UN CAMMINO INTERROTTO DA DECENNI, FACESSIMO COME IN IRLANDA?
Ma prima di un referendum serve che il Parlamento riformi la Costituzione
In diritto IL MATRIMONIO E’ UN CONTRATTO CIVILE. Ci si riferisce, é ovvio, all’istituto riconosciuto dallo Stato.
Un istituto che per produrre i suoi effetti, sia verso tutti, sia tra i soggetti contraenti, necessita comunque dell’avvallo dello Stato anche quando si tratti di matrimonio religioso. Non è invece vero il contrario: il divorzio, ad esempio, annulla il matrimonio civile, non quello religioso ed è eccentrico che lo Stato, come accade in Italia nei confronti del matrimonio cattolico, possa invece essere chiamato a convalidare l’annullamento ecclesiastico. In materia, in uno Stato laico si dovrebbe quindi introdurre il principio, per altro stabilito dalla Carta Costituzionale, che tutti i cittadini godono di uguali diritti e doveri di fronte alla legge, senza alcuna discriminazione sociale, di sesso, razza, religione, opinione politica. E poco importa come le diverse religioni considerino il matrimonio, riguardando lo stesso soltanto i credenti, non tutti i cittadini. Per lo Stato, quindi, è il matrimonio, o l’unione – per evitare confusioni terminologiche – civile, la fonte primaria dei diritti e dei doveri tra i contraenti: scelga liberamente il cittadino se intenda sottoscrivere sia quello civile sia quello religioso. Secondo la nostra Carta Costituzionale, art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Una qualificazione della famiglia e del matrimonio tutto sommato ambigua, in ogni caso né indissolubile, né tanto meno di natura sacramentale. Ovvio, poi, che i Costituenti non si potevano porre questioni, allora non all’ordine del giorno, su più tipologie di famiglia e sul genere dei contraenti; questioni sulle quali la Costituzione tace nell’illusorio presupposto che il diritto naturale e quello positivo si sovrappongano perfettamente e si cristallizzino una volta per tutte. Dunque, a parte ogni altra considerazione sulle multiformi diversità genetiche naturali, che pure allo stato delle conoscenze scientifiche non possono non essere considerate, si tratta comunque per lo Stato di riconoscere l’evoluzione delle molteplici forme affettive, di amore e reciproca assistenza, anche a prescindere – esplicitamente – dalle diversità di genere. Si dica chiaramente sì alle unioni civili tra etero, omosessuali o di altra natura affettiva. Liberi quelli che credono di conservare per sé il matrimonio religioso, al quale lo Stato riconosca i medesimi effetti delle unioni civili, soltanto che i contraenti intendano esplicitamente accettarne i presupposti.
Il referendum irlandese indica la via che anche in Italia potremmo percorrere, se non si può fare in altro modo. Ma prima di un eventuale referendum confermativo serve comunque che il Parlamento riformi sul punto la Costituzione. Ci sembrerebbe però più giusto, su una questione di libertà e di diritti, come questa, che non si ricorresse al voto popolare, che pure sarebbe probabilmente favorevole. Quando mai, infatti, in uno Stato democratico si sottomettono i diritti delle minoranze – ammesso che lo siano – non lesivi di quelli altrui, al giudizio di una eventuale maggioranza popolare contraria?
Si sappia, in ogni caso, che una nuova stagione referendaria, come lo fu per divorzio e aborto ormai 35/40 anni fa, potrebbe rimettere in moto il cambiamento su molti altri terreni e non solo sui diritti civili, liberando energie capaci di sottrarci al declino generale al quale l’Italia è condannata da oltre vent’anni di nuovi partiti che di liberale, laico, socialista e riformista non hanno nulla, se non – ad uso elettorale – nei proclami.
Partito Socialista Italiano della Provincia di Ravenna