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UGO INTINI. UN TEMPO ERA LOTTA DI CLASSE, OGGI È LOTTA DI CLASSI

“L’Italia è tra i leader mondiali per vecchiaia. Nel 1951 i neonati erano il doppio di oggi e gli ottantenni un quinto. Rischiamo così di passare dalla lotta di classe alla lotta di classi di età”. Ugo Intini ha presentato così, nei primi giorni  di agosto, il suo ultimo libro ‘Lotta di classi tra giovani e vecchi?’

In Italia nel 1862 i bambini e i ragazzi sino ai 15 anni erano il 34,2% della popolazione e gli anziani oltre i 65 erano il 4,2%. Nel 2015 la piramide risulta largamente capovolta gli anziani si avviano a diventare il doppio degli under 15. Nel 2030 in Italia gli ultrasessantenni saranno la meta’ del totale dei cittadini. Si eviterà un calo della popolazione non certo per l’apporto degli italiani, ma degli immigrati, che arriveranno a essere un cittadino su quattro, naturalmente con una percentuale più alta tra i giovani. Gli ultraottantenni arriveranno a essere 7 milioni su 60. Le conseguenze di questi dati rischiano di essere drammatiche. La lotta di classi di età rischia di svilupparsi nel modo più crudo sul terreno delle pensioni. Già se ne vedono tutti i segni, ma forse il peggio deve ancora venire. Vent’anni fa le famiglie con capofamiglia under 34 e over 65 avevano una ricchezza sostanzialmente uguale, ora le famiglie degli anziani hanno una ricchezza tre volte più alta di quella dei giovani.

Nel 1901 il nostro bilancio pubblico per l’istruzione era quasi sette volte più grande di quello per la previdenza, po inel 1951, si è arrivati praticamente al pareggio. Adesso le pensioni costano quattro volte di più della scuola e la sanità quasi il doppio dell’istruzione”. 

Il conflitto giovani-vecchi è evidente anche sul piano dell’occupazione. Il tasso italiano di disoccupazione intorno al 12% è tra i peggiori di Europa, ma al suo interno quello della disoccupazione giovanile è catastrofico: ben oltre il 40%. Se quasi un giovane su due è senza lavoro, il tasso di disoccupazione tra gli anziani è invece al livello dei Paesi più virtuosi: il 5,2% nella fascia tra i 60 e i 64 anni. Dopo l’unità d’Italia,l’età media degli italiani non arrivava a 50 anni. Oggi pensare ad un sistema pensionistico che si regga solo sui contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori non è realistico. È un sistema che non regge perchè non tiene conto delle variabili demografiche ed economiche. Con l’economia ormai ferma da anni gli equilibri saltano.