E’ USCITO IL N. 12 DI DICEMBRE 2016 DE il puntO (qui per leggerlo)
al numero di fine anno, vogliamo aggiungere qui, per i nostri lettori, una riflessione sull’anno che verrà, il 125° dalla nascita del Partito Socialista
Alle elezioni di novembre di quell’anno – il 1992 – appena nato, con l’elettorato soltanto maschile e per censo, dal quale erano perciò totalmente esclusi i ceti più popolari, ottenne l’1,5 dei voti; nel 1946, alle elezioni per l’Assemblea Costituente, le prime dopo il “ventennio” della dittatura fascista e la tragedia della seconda guerra mondiale, con il suffragio universale esteso finalmente anche alle donne, fu il più votato dei partiti della sinistra, con il 20,7% dei voti, secondo soltanto alla DC di De Gasperi, nonostante la buona affermazione, a sinistra, del Partito Comunista, erede della scissione del 1921. Fu però un successo di breve durata: la stretta alleanza con il Pci provocò, nel 1947, la scissione socialdemocratica e, nel 1948, il Fronte Popolare, con il quale socialisti e comunisti si presentarono uniti alle elezioni parlamentari, registrò una clamorosa perdita di voti, tutta a danno del Partito Socialista. Sempre nella nostra storia i risultati raggiunti sono stati rimessi in discussione da una fragilità di fondo del socialismo italiano. Una fragilità sempre in qualche modo scongiurata dalla capacità di prendere atto degli errori e di rinnovarsi. Si trattava, ogni volta di ritrovare le ragioni storiche del riformismo.
Sanno però anche i muri quanto stentata sia la vita del riformismo in Italia, fin nelle sue connotazioni. Innanzi tutto l’appropriazione indebita di tanti, troppi, che si auto definiscono tali, a destra come a sinistra, quando il riformismo rappresenta, fin dalle sue origini, uno dei modi di concepire l’essere di sinistra, in contrasto, volta a volta con massimalisti, rivoluzionari, comunisti e con quanti talora sacrificavano l’autonomia del socialismo riformista sia rispetto a questi ultimi, sia rispetto al grande centro democristiano. Un riformismo mal digerito a sinistra, trovarsi in mezzo a due poli, entrambi forti delle loro “certezze” e. infine, una vocazione a porsi al servizio del bene della Repubblica, non hanno certo reso facile il nostro cammino, tenendolo lontano da scelte sbagliate.
Ed è stato proprio quando questo stato di cose, con la stagione craxiana, sembrava una volta per tutte scongiurato, che da Partito di sinistra di governo siamo diventati semplicemente Partito di governo, con tutte le virtù ed i vizi che ciò comportava in un sistema politico bloccato – privo di alternativa – nella divisione dell’Europa in blocchi contrapposti, ad oriente i regimi comunisti, ad occidente le democrazie liberali. Divisione resa ancor più evidente, in Italia, dalla presenza del più grande Partito Comunista dell’occidente.
I vizi, infine, hanno avuto il sopravvento sulle virtù e abbiamo pagato un caro ed immeritato prezzo, che in un sol colpo ha cancellato i nostri grandi meriti storici e finanche le buone ragioni del socialismo riformista, che oggi pretenderebbe di rappresentare proprio chi le negava in radice, la sinistra democristiana e la sinistra comunista, uniti nel Pd.
Ha vinto così un processo di negazione totale del socialismo con la sua cancellazione dalla memoria collettiva, che tuttora pervade la politica ed i media italiani, alla quale non abbiamo saputo rispondere in modo adeguato dopo la caduta dei regimi comunisti in Europa, emblematicamente rappresentata – nel 1989 – dal crollo del muro che divedeva la Berlino comunista da quella democratica occidentale. Non abbiamo infatti avuto sufficiente consapevolezza che quel fenomeno epocale avrebbe spazzato via un sistema bloccato e posto fine ad ogni alibi al rinnovamento della politica in Italia.
Non è però ancora finito il tempo per rimettere insieme le disperse forze del socialismo riformista e di creare nuovi modi di rappresentarlo assieme agli ambientalisti, i laici e gli europeisti.
Partito Socialista Italiano della Provincia di Ravenna